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Diritto alla VeritÓ: mafia e Costituzione

Diritto alla Verità: mafia e Costituzione

 

 

“...E sono ottimista perchè vedo che verso di essa (criminalità mafiosa) i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta...”

-Lettera di Paolo Borsellino agli studenti del Liceo Alvise Cornaro di Padova - 19 Luglio 1992

 

 

Si apre così, con questa lettura, l’incontro organizzato dall’Osservatorio per la Giustizia con Fiammetta Borsellino. Il tema è “La verità è un diritto”.

Il giudice Borsellino ha sicuramente trasmesso a sua figlia l’interesse per il confronto con le generazioni più giovani e l’ottimismo nei loro confronti.

Sembra strano dunque sentire Fiammetta Borsellino scagliarsi non contro i mafiosi che hanno effettivamente ucciso suo padre, ma contro quelle “menti raffinatissime che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare questi servitori dello stato, quelle menti raffinatissime che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione, ore fondamentali per l’acquisizione di prove che avrebbero determinato lo sviluppo positivo delle indagini.”

Basta però una più attenta analisi del modus operandi della mafia per capire che non c’è nulla di anomalo nelle parole della Borsellino. Come ha detto anche Federico Roberti, ex Procuratore Nazionale Antimafia, “le mafie non sono un fenomeno ricorrente in chiave emergenziale. Sono un fenomeno strutturale del nostro Paese (...) una zona grigia che non è mafia ma che fa affari con la mafia è la vera forza della mafia. Per questo in Italia esiste ancora la mafia: perché c’è chi è ancora disposto a fare affari con loro.”  La verità di cui parla Fiammetta Borsellino, negata e sottratta alla sua famiglia, è quella che sta sotto numerosi depistaggi, false dichiarazioni, finti colpevoli (Vincenzo Scarantino) e nove innocenti condannati all’ergastolo. Le istituzioni che hanno fortemente voluto (e che sono riuscite a ottenere) uno dei più grandi depistaggi della storia italiana sono colpevoli dell’omicidio di Paolo Borsellino tanto quando l’effettivo omicida, Gaspare Spatuzza, pentito che ha dichiarato, nel 2008, di essere l’organizzatore della strage.

 

Ma in che modo opera la mafia? Perché ha avuto in molti casi l’appoggio delle istituzioni?

 

Federico Roberti dice che “mafia e corruzione hanno in comune la visione proprietaria e predatoria della cosa pubblica; tanto il mafioso quanto il corruttore rubano a scapito della collettività. Dove c’è corruzione sistematica prima o poi arrivano i mafiosi.”

In questo caso, ciò che è stato rubato non è una somma di denaro, un appalto o uno stabile, ma un diritto. Il diritto alla verità, che rientra nel principio personalista (uno dei quattro su cui è basata la nostra costituzione): la Repubblica italiana deve garantire in ogni maniera possibile lo sviluppo della persona, e ciò avviene tramite il rispetto del principio di uguaglianza formale (cioè di fronte alla legge) e sostanziale (cioè l’effettiva possibilità di godere dei medesimi diritti) sancito nell’art. 3, e della pari dignità sociale, che è il fondamento della democrazia. La dignità è il complesso delle condizioni che rendono la vita dell’uomo degna di essere vissuta, la premessa per l’attuazione del principio di uguaglianza. È evidente come la corruzione disattenda questi principi, e come le stesse mafie si servano delle disuguaglianze sociali, facendo affari con i più ricchi e “arruolando” i più poveri e disperati.

La “visione proprietaria e predatoria della cosa pubblica” è strettamente legata al principio lavorista e al principio pluralista, due dei quattro su cui si basa la nostra Costituzione. In primo luogo, la mafia (con l’appoggio delle istituzioni corrotte) si pone come datore di lavoro. Un tipo di lavoro che però non rispetta i criteri sanciti dall’art. 4, secondo cui “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.” È evidente che le attività svolte sotto il controllo della mafia spesso non vengono da una scelta, ma da intimidazioni, forzature e ricatti; inoltre, il lavoro proposto dalle associazioni mafiose, in quanto illegale, non contribuisce in alcun modo al progresso della società, ma anzi ne determina l’arretratezza e la staticità. Spesse volte, le prospettive occupazionali proposte dalla mafia vanno anche contro all’art. 9, che riguarda la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale, nel momento in cui vengono create discariche abusive o altre imprese dannose per l’ambiente. Un altro problema è il monopolio della sanità. L’art.32 sancisce il diritto alla salute, ma come può essere rispettato quando non vengono assunti medici per la loro preparazione ma solamente attraverso intimidazioni e ricatti?

 Il principio pluralista, in ambito economico, viene disatteso dalla mafia nel momento in cui esercita il monopolio su un settore, come per esempio quello degli appalti pubblici, quello agroalimentare, la ristorazione o l’abbigliamento, eliminando la concorrenza con la creazione di imprese fasulle o attuando pratiche di clientelismo, minacce (pensiamo al “pizzo” che la mafia siciliana richiede ai commercianti in cambio di inviolabilità) e corruzione. In questo modo si va contro l’art. 41, secondo cui l’iniziativa privata è libera e “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana”.

La mafia non garantisce neanche l’imparzialità dell’amministrazione, sancita dall’art. 97, e anche alcuni articoli relativi alla Magistratura, come ci è possibile notare nel depistaggio del processo Borsellino, sono stati disattesi: il procuratore Tinebra, per esempio, ha per anni sostenuto l’assurda tesi della colpevolezza di Scarantino (il classico capro espiatorio utilizzato per non far trasparire i legami tra le istituzioni siciliane e la criminalità mafiosa, entrambi favorevoli all’eliminazione di un personaggio “scomodo” come Borsellino), abusando del principio di inamovibilità (secondo cui un magistrato non può mai essere destituito dalla sua carica) sancito dall’art. 107, utilizzando la sua inviolabilità come mezzo per sviare le indagini.

 Le torture e le violenze commesse nei confronti del finto pentito Scarantino dagli agenti di polizia nel penitenziario di Pianosa disattendono l’art. 25, che sancisce il principio di legalità, secondo cui ogni atto dello Stato nei confronti del cittadino deve essere compiuto nel rispetto delle norme vigenti.

 

Il sistema mafioso dovrebbe essere presentato come una deformazione del concetto di Stato, come distorsione dei concetti di legalità e illegalità, come negazione del futuro. Purtroppo, al giorno d’oggi, molti giovani, crescendo in ambienti degradati in cui la scuola (unico luogo di confronto e possibile cambiamento) non è considerata come priorità e il diritto allo studio (art. 34) non viene garantito dalle istituzioni, vedono nelle mafie l’unica alternativa culturale. Ciò contribuisce a una scarsa fiducia nello Stato, visto come incapace di adempiere alle sue funzioni primarie e pertanto sostituibile da una gerarchia estranea alle leggi (l’associazione mafiosa, prevedendo l’utilizzo delle armi e avendo obiettivi non legali, va contro la libera associazione sancita dagli artt. 17 e 18).

Per questo motivo è così importante ripartire dalle scuole, che sono il veicolo migliore per l’insegnamento della Costituzione e dei suoi principi. La consapevolezza è l’arma migliore che le nuove generazioni possono utilizzare contro la staticità e l’arretratezza della società creata dalle mafie.

 

 Emma Tidu VE

 

Sitologia

 

   Estratto dalla tesi di laurea di Giuseppe Pironaci 

   http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/239-parla/47672-il-rispetto-dei-principi-fondamentali-della-costituzione-della-repubblica-italiana-come-strumento-di-lotta-contro-la-mafia.html

   Intervento dell’ ex Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, al Terzo dialogo del ciclo di incontri di “Arte contro la Corruzione” promosso da Casa Testori in collaborazione con Teatro Franco Parenti.                                                                                                                        http://www.vita.it/it/article/2017/01/18/legalita-o-si-ricomincia-dalla-costituzione-o-mafie-e-corruzione-vince/142156/

   “La storia del depistaggio su Via D’Amelio” articolo di Enrico Deaglio 

     https://www.ilpost.it/2017/07/13/depistaggio-scarantino-via-damelio/

    Lezione di Economia della Criminalità a cura del Docente Dott. Nicola Gratteri: “L’impresa mafiosa”. Università di Reggio Calabria

    https://www.unirc.it/documentazione/materiale_didattico/600_2012_326_16507.pdf

 

S.C.

per Luisa Mereu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 





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